IL TEATRO CHE VERRA’/un augurio

Si è parlato tanto di teatro quest’anno.

In generale, si è parlato tanto. Di tutto. Di troppo.

Ognuno, però, vive nella sua bolla e sente rimbombare le parole che lo attirano o di cui si occupa di più, quindi… nella mia di bolla, si è parlato tanto di teatro quest’anno.
Più che in ogni altro anno, proprio in virtù del fatto che di teatro se n’è visto e fatto poco e niente.

E allora…

E allora ho sentito dire che “il teatro resiste, che il teatro è magico, che il teatro sopravvive, guarisce e riunisce. Che il teatro è la più grande cura che ci possa essere, è terapeutico. Che il teatro è la più alta forma di resistenza ai tempi bui, pandemie, tirannie, carestie o qualsiasi altra brutta parola che finisce in <<-ie>>. Che è divertimento, ma guai a farsi dire che è solo quello. Che è ricerca, ma che palle quando il teatro parla a sé stesso e basta. Che il teatro, appunto, sa parlare addirittura: a te, a me, a tutti. Che il teatro è un’istituzione: niente netflix, niente streaming, niente sala dimezzata, niente sala vuota, niente sala proprio. Che il teatro, anzi il Teatro, è ovunque”.

Come Dio, in pratica. Come un dio, anzi.

E, perciò, il Teatro è un tempio…

Mi dispiace. Per me il teatro non è così. né Dio né Tempio.

Il teatro, semplicemente, non è.

Il teatro non è dio, no: semmai è la sublimazione umana più potente che qualcuno, 2500 anni fa, ha offerto agli dei. Hanno offerto la capacità umana di interrogarsi, attraverso l’arte: c’è qualcosa di più umano? Siamo noi, essere umani, ad aver bisogno di piangere e ridere, a sentire l’esigenza di ascoltare e narrare, siamo noi che resistiamo, siamo noi che combattiamo, siamo noi a lasciarci andare. Siamo noi esseri umani, tutti, a essere terapeutici, a saper curare se vogliamo.

Siamo noi ad essere. Noi come esseri umani. L’uomo è un essere profondamente, naturalmente teatrale.
Siamo noi, come uomini, a compiere questo rito che rimette in moto la vita: un luogo dove, letteralmente, guardiamo accadere un atto che accende la nostra umanità.
Sera dopo sera, per poi morire. Répétition, Représentation, Assistance.
Come l’uomo. Nasce, vive, muore.

E l’uomo, in quanto teatrale, cerca metafore nel mondo, per spiegarlo e spiegarselo meglio.
Un attore, per Eugenio Barba, è come una canoa di carta in un fiume. Quindi acqua.
Per Vsevolod Mejerchol’d, è come un gabbiano che con un’ala sfiora il cielo con l’altra sfiora il mare. Quindi aria.
Per Antonin Artaud, è come lanciarsi nelle fiamme vive e ardenti. Quindi fuoco.
Per Peter Brook, è come un impulso concreto che prende vita in uno spazio vuoto, anche sopra un semplice tappeto steso nel deserto. Quindi terra.
Acqua, aria, fuoco, terra: un micromondo dove agire.

Il teatro è, quindi, solo un atto umano.
Il più umano di tutto.
Per questo appartiene a tutti: non è prerogativa di qualcuno, né di chi lo fa, né di chi ne parla, né di chi decide cosa sia o non sia “teatro”.
Anche ora si sta compiendo. Aspettando. Riflettendo. Interrogando.
Cercando la giusta metafora, ancora una volta, per il teatro che verrà.
Per resistere e immaginare, come tutti gli esseri umani.

Pubblicato da Andrea Di Palma

Attore, autore, narratore.

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